narrazione storica della disfida di barletta

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UNA LETTERA DELL'ONOREVOLE Bovio (1)
"Io non credo che commemorando Ettore Fieramosca vi sia chi voglia fare ingiuria alla Francia: credo invece che si voglia onorare un cavaliere, che non patì si facesse ingiuria alla patria sua. E tanto era più generoso quel sentimento quanto più umile era la patria di quel cavaliere in quel tempo, ridotta, per noi, quasi ad un nome, mentre era cosa per quelli che la correvano e la spogliavano. Non era un puntiglio cavalleresco quel sentimento: era la memoria del nostro essere antico, germe del nostro futuro risorgimento nazionale.
Oggi, risorta l'Italia, il monito di rispettarla dobbiamo volgerlo non agli stranieri, ma a noi stessi".
Giovanni Bovio.

(1) II grande filosofo nell'occasione di commemorare la Disfida di Barletta, ci dirigeva anni sono la surriferita lettera che ci onoriamo porre in fronte al nostro lavoro.

ORIGINE DELLA DISFIDA
I.
(... degni che ogni italiano procuri quanto è in se, che i nomi loro trapassino alla posterità mediante l'istrumento delle lettere.
GUICCIARDINI, Storia d'Italia)

Le dominazioni straniere succedevansi le une alle altre in queste province del mezzogiorno d'Italia, che sino a non molto appellavansi regno di Napoli, e succedevansi con tali raffinatezze d'inganni e male arti, da potersi con-frontare con quelle dei barbari delle prime invasioni. Ai predoni Normanni successero gl'inflessibili Svevi, espulsi poi dai famelici Angioini, i quali alla loro volta furono scacciati dai truculenti Aragonesi; in guisa che a coteste male genìe poteva darsi il titolo di una potente associazione di usurpatori, i quali da secoli si disputavano il dominio del nostro povero paese.
Uno di questi ultimi usurpatori, chiamato Ferdinando II d'Aragona re di Napoli, moriva nell'ottobre 1496, e non lasciando alcun legittimo discendente, il popolo napoletano proclamò re un suo zio paterno a nome Federico, principe savio e di elevato ingegno, per quanto registrano gli storici del tempo.
Alessandro VI pontefice romano, con sua speciale Bolla del seguente anno, gli concedeva l'investitura del Regno, e per mostrargli la sua piena compiacenza per siffatto avvenimento, gli spedì una affettuosissima lettera per mezzo di suo figlio Cardinale Cesare Borgia, suo Legato Apostolico, con la quale oltre a concedergli l'investitura, lo esortava premurosamente alla incoronazione.
Vedremo in seguito perché così espansivo mostravasi Sua Santità verso Federico, il quale dando ascolto pienamente ai suoi consigli, il 10 agosto 1497 solennemente fu incoronato re di Napoli nella chiesa Cattedrale di Capua.
Dopo tale assunzione al trono, pareva che le cose del regno, mercé la saggezza di questo principe, dovessero prendere una piega più regolare, dopo gli ultimi rivolgimenti apportati da Carlo VIII: ma la morte di questo ultimo avvenuta nell'aprile del seguente anno 1498, pose in campo nuove pretensioni da parte del suo successore Luigi XII, il quale minacciava ritentare l'impresa di Napoli come suo patrimonio ereditario. Dall'altro canto i re di Spagna, parenti di Federico, da ben lunga pezza tramavano per l'acquisto del Regno di Napoli, perché, dicevano essi, Alfonso I d'Aragona nel conquistarlo, scacciando gli Angioini, l'avea fatto col danaro dei re di Castiglia, e perciò anche essi ritenevano essere il reame di loro spettanza. Tant'era la cupidigia degli stranieri pretendenti su queste povere province, da non darsi tempo l'un l'altro per assalirle!
Ne in migliori condizioni trovavansi gli altri principati italiani, da che guerre continue travagliavano i loro popoli; eserciti nemici attraversavano la penisola dall'un capo all'altro; le intestine discordie dei Principi raggiungevano il colmo dell'odiosità, tanto che per 1'estrema debolezza in
cui erano caduti non erano in grado di contrapporsi con le armi alle invasioni straniere. Pareva che questa povera Italia così accanitamente vilipesa, fosse divenuta il campo di battaglia de' despoti medioevali, ove crudelissime uccisioni si commettevano, saccheggi ed eccidi di terre e città, licenza militare senza limiti, violazione di cose sacre e profane: parevano infine ritornati i tempicalamitosi delle prime invasioni barbariche. Intanto il re di Francia, e quello di Spagna, che all'epoca della nostra narrazione era Ferdinando il Cattolico, compresero benissimo che da soli non avrebbero potuto, senza lor grave detrimento, scacciare Federico. Essi avevano ben misurate le proprie forze e desunsero dai fatti passati, che si per l'uno, come per l'altro, l'impresa sarebbe stata malagevole se isolatamente avessero voluto tentarla. Laonde fra essi surse un'idea che, accettata da entrambi, ebbe pieno successo: ed era di collegarsi insieme, assalire il re Federico e privatelo del regno, questo dividere in due parti uguali. Cosa facilissima a succedere come ognuno può immaginare, giacché unite due potenze simili contro il piccolo regno di Napoli, quale speranza di salvezza poteva avere il povero Federico? Fu fatto adunque un trattato d'alleanza, il quale stabiliva che ciascuno dei due re dovesse porsi alla testa del proprio esercito e simultaneamente muovere contro Napoli a spese comuni: che ciascuno conquistasse da sé stesso la propria parte, non essendo l'altro obbligato, in caso di rovescio, aiutarlo con le proprie armi. Al re di Spagna, che già possedeva la Sicilia, sarebbero toccate le province di Calabria e di Puglia: al re di Francia, Napoli con gli Abruzzi e Terra di Lavoro. Finalmente che le entrate della Dogana di Foggia fossero divise metà per ciascuno, proprio come s'usa tra buoni e vecchi amici!
Indi, che tutti i patti e condizioni del concordato fossero tenuti segreti sino a che il re di Francia non spedisse in Italia il suo esercito; in ultimo mandare i rispettivi ambasciatori a Roma per informare il Santo Padre dell'accordo preso. Così conchiusa questa convenzione, fù firmata in Granata alli 11 Novembre 1500. Ratificato il trattato suddetto, il re di Francia allestì le sue milizie dandone il comando al duca d' Obigny, il quale a grandi giornate dirigevasi verso Roma: ed in tanto il Re di Spagna, sotto pretesto di aiutare Federico, mandava in Sicilia Consalvo da Cordova, detto il Gran Capitano. Giunto in Roma 1'esercito francese, gli ambasciatori dei collegati per giustificare davanti al Pontefice e a tutta la cristianità la immoderata sete di dominio dei loro padroni, calunniarono il re di Napoli, asserendo che tenesse segrete pratiche d'alleanza coll'Imperatore turco Bayazet II, a danno della religione cristiana. Di qui quelle memorabili parole, regem, Federicum sæepe Turcarum Principem Christian nominis hostem acerrimum ecc., con le quali i detti ambasciatori notificarono al Pontefice ed ai Cardinali il piano stabilito, la lega conchiusa e la divisione del reame di Napoli. Chiesero la pronta investitura e così sotto colore dello zelo di religione, nascosero la cupidigia dei loro re.

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