narrazione storica della disfida di barletta

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III.
L'assedio durava da qualche mese e le cose della guerra non accennavano ad alcuna soluzione. I Francesi impazienti, andavano commettendo continue scorrerie sin sotto le mura di Barletta, e in tale maniera provocando, cercavano costringere il nemico ad accettare battaglia. Ma a lungo andare, riuscita vana quella specie di strategia, decisero levare il campo da queste vicinanze, e si ridussero di nuovo ai loro alloggiamenti. Il comandante La Palisse ritornò a Ruvo, Formante a Corato e l'istesso di Nemours, col grosso dell'esercito, riprendeva la via di Canosa. Consalvo da quelle mosse volle trame profitto, e da
esperto capitano che egli era, dette ordini immediati a D. Diego De Mendoza, che con buon nerbo delle sue fanterie, sorprendesse la retroguardia francese, e proprio quella che dirigevasi verso Canosa. I Francesi che nulla sospettavano del tranello, proseguivano il cammino disordinatamente, ed avvenne che il Mendoza, profittando di quel disordine, diè loro addosso con tanto impeto, da scompigliare quella retroguardia. Ma un grosso squadrone di cavalleria francese comandato da Charles de Togues detto la Motte, intervenuto nella zuffa, riuscì a rianimare talmente i Francesi da mettere in isbaraglio le schiere spagnuole; obbligandole a ripiegare. In quel mentre la cavalleria italiana, lasciata in riserva, accortasi della gravità del pericolo, entrò anch'essa in azione ed in colonna serrata, scontrandosi con quella francese, la sconfisse completamente, producendo ovunque morti, feriti e buon numero di prigionieri, tra cui lo stesso comandante La Motte.
Dopo questo brillante successo, Spagnuoli ed Italiani con pingue bottino ritiraronsi in Barletta; Consalvo ringraziò sentitamente il Colonna per l'impresa riuscita: lodò molto il valore italiano, di cui mai aveva dubitato, e volendo mantenere le costumanze del suo paese, il dì seguente festeggiò l'accaduto con un sontuoso banchetto. Invitò i maggiori ufficiali del suo esercito, insieme a quelli francesi fatti prigionieri, tra cui il ripetuto La
Motte e nel convito, elogiò prima la virtù e il valore francese, poi ripetè che l'onore della giornata andava singolarmente dovuto agl'italiani, magnificando la loro prodezza e quella del loro condottiero Prospero Colonna. Parole proferite, artificiosamente con lo intento d'istigare maggiormente l'animo dei Francesi, contro gli Italiani.
E come spesso suole avvenire nei conviti, tra il calore delle vivande ed i fumi del vino, La Motte, che dopo aver battuto le spalle agli Spagnoli, or vedovasi loro prigioniero, attribuì la sua cattività non ad essi, ma all'inopportuno intervento dei cavalieri italiani in quella mischia.
Dissimulando prima, e stanco poi del sentire le lodi che tutta quella adunanza veniva prodigando, agli Italiani, rivoltosi bruscamente al Mendoza, che più di tutti ad arte, esagerava quelle lodi, proruppe in gravi ingiurie esclamando: "Vincano pure gli Spagnoli; ma perché vantan tanto gl'Italiani, ignoranti e disleali, i più inutili e timidi e poltroni soldati che non seppero mai vincere, e non sono pari ne di forza, ne di ardimento, ne di maestria di guerra, ne di altro ai Francesi? I quali se avessero dovuto battersi coi soli Italiani, dai Francesi soventemente rotti, certo che esso non starebbe prigione!"
II convito era sul terminare, quando il La Motte pronunciò, con quanta più forza aveva, quegli accenti, che uditili D. Inigo Lopez d'Ayala, anch'esso accortissimo cavaliere spagnolo, scuotendo al francese garbatamente il braccio, gli disse "Ricordatevi che le vostre maldicenze non si addicono ad una nazione cotanto onorata, quando nel mio esercito si contano soldati tali da stare a confronto non pure con voi, ma con tutto il vostro esercito. Epperciò le vostre ingiurie, che ad essi rivolgete, se giungessero a loro notizia, certo, essi, avvezzi come sono a non tollerarle le avrebbero smentite con una disfida, tanto più, rammentate, che Monsieur Forment luogotenente del vostro viceré, non si fidò di accettare una sfida propostagli dall'italiano Ettore Fieramosca, e ciò basterebbe a tenerlo bene a mente" (1).
A queste pur vere ammonizioni, il La Motte, spiegò maggiore jattanza nel suo dire: e al D'Ayala protestò non essere vero che ei fosse preso del vino; anzi, per assicurarlo della verità e serietà dei suoi detti, proponeva combattere quella querela insieme ai Francesi suoi compagni, con gente d'arme italiane, se qualcuno si fosse incaricato di trovarle in Barletta.
II d'Ayala non si fece ripetere due volte quelle parole ed a Prospero Colonna partecipò quell'affare in aria di formale disfida che i Francesi mandavano agl'Italiani: ma il Colonna da esperto e profondo conoscitore delle astuzie che sovente si adoperano nelle guerre, sapendole critiche circostanze in cui versava l'esercito spagnuolo, dubitò prima, ma poi per assicurarsi della certezza di quanto eragli stato riferito, diede incarico a Braccalone e Capoccio, gentiluomini romani, appartenenti alla sua gente d'arme, d'interpellare il La Motte, severamente e da senno avesse detto ciò che riferiva il d'Ayala. La Motte, che il ricordo della disfida non accettata dal Forment aveva assai punto, da uomo d'onore, com'era, non vedendo altro modo di porre riparo alla sua imprudenza riconfermò i suoi detti e la proposta disfida, ratificandola ai summenzionati cavalieri.

(1) II signor Forment aveva detto che gli Italiani avevano fede di vento. Ettore Fieramosca lo seppe e mandogli a dire che mentiva, ed era prontissimo a provaglielo con le armi. Il franese non rispose.


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