narrazione storica della disfida di barletta

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LA SFIDA VIENE ACCETTATA DAGL'ITALIANI.
(Fu costoro i più valenti di ogni provincia d'Italia, affinché ognuno partecipasse all'onore della sperata vittoria. Tra essi tre romani, perché avessero la dignità della città vincitrice di tutti. PAOLO GTOVIO)

La Motte, liberato dalla prigionia, fece ritorno a Ruvo e colà narrato l'accaduto ai suoi compagni d'arme, ed anche allo stesso La Palisse, riuscì a suscitare tra essi tanta voglia di misurarsi con gl'Italiani, che quasi tutti di quelle schiere volevano prendere parte alla tenzone. Ma siccome il numero dei combattenti doveva essere limitato, trattandosi non di una battaglia, ma di duello in campo chiuso, cosi fu necessario sceglierli, tra i migliori campioni di quell'esercito. Il numero di essi fu prima stabilito a dieci, poi a tredici. In tale maniera non fu difficile a La Motte trovare compagni che lo seguissero nell'arduo cimento; e poiché con la sua imprudenza aveva tirato in gioco l'onore del suo esercito, non potendo ormai evitare lo scontro, scrisse al d'Ayala una lettera in data del 28 gennaio 1503 con cui, riconfermando tutto quanto aveva detto, si dichiarava pronto a battersi insieme ai suoi compagni. Com'ebbe ricevuto quel foglio, il d'Ayala immediatamente lo consegnò ad Ettore Fieramosca, giovane e valoroso cavaliere che militava nella legione italiana, il quale altro non volle intendere, per rispondere alla provacazione, che aprire un carteggio con lo stesso La Motte a fine di stabilire cavallerescamente tutte le modalità riguardanti la disfida.
Questo carteggio, rapportato fedelmente dal Damiani, comincia il giorno 29 gennaio e termina il 12 febbraio 1503 vigilia dell'attesa disfida. Ed è d'uopo notare come fra le altre cose prodotte dal La Motte, era detto che la querela (cosi la intendeva, e non disfida) portava per premio cento ducati d'oro, le armi e i cavalli di ciascun vinto da cedersi a favore del vincitore; e che quantunque questa condizione non si addicesse a cavalieri valorosi, che non combattevano pel denaro, pure si accettava dagl'Italiani per dimostrare che non avevano altro in pregio che la conservazione del proprio onore.
Però da parte di questi ultimi venne richiesto al La Motte se si obbligasse dare, oltre la sicurtà per gli ostaggi, anche quella del campo, siccome essi dal canto loro offrivano. Ma con lettera dell'll febbraio il La Motte fece intendere a Fieramosca che La Palisse da prima non voleva permettere tale assicuramento, che poi fu costretto ad accordare, in vista che Consalvo con tutto il suo esercito si era posto a campo fra Barletta e il luogo destinato al combattimento; ciò che, non poco sorprese il La Palisse non potendo esso fare altrettanto per lo scarso numero delle sue milizie.
Non pertanto La Motte offri di mandare i suoi ostaggi in Andria, e chiese che quelli Italiani fossero mandati in Corato. Fieramosca gli face ossarvare che a Corato infieriva la peste e che per essere più sicuro, li manderebbe senz'altro in Ruvo: e così a questa cavalleresca fiducia italiana rispose con galanteria francese il La Motte, mandando i propri ostaggi in Barletta. Appianate adunque qualche difficoltà di minor conto fu conchiuso che il luogo della pugna dovere essere ad uguale distanza tra Ruvo e Barletta, sedi dei rispettivi quartieri generali, e siccome il punto dove il campo veniva ad essere designato, cadeva nel territorio di Trani, essendo questa città in possessione dei Veneziani, fu necessario avere l'autorizzazione di quel Provveditore, che a sua volta chiestala alla Serenissima Repubblica, venne tosto conceduta. Il giorno del combattimento da prima fu fissato all'11 di febbraio, che accadeva di sabato: ma La Motte non
volle ritenerlo per causa di una sua particolare devozione che portava alla Madonna. Il dì seguente era di domenica e non si costumava combattere, così si fissò pel lunedì 13. L'ora della presentaziane sul campo, stabilita per le 18 italiane. (1) II numero dei combattenti portati a tredici definitivamente: i giudici quattro per ciascuna parte e gli ostaggi due per ogni partito: così l'elenco dei nomi francesi fu trasmesso a Fieramosca nel seguente modo:
Combattenti: 1. Charles de Togues detto La Motte, 2. Marc de Frange, 3. Giraut de Forses, 4. Claude Gran Jan d'Asti, 5. Martellin de Lambris, 6. Pierre de Ligie, 7. Jaqnes de la Fontaine, 8. Eliot de Barant, 9. Saccet de Sacet, 10. Francois de Pises. 11. Jaques de Guigues, 12. Nanti de la Frasce 13. Jean de Landes.
Giudici: Monsieur de Bruglie, Monsieur de Murabrat, Monsieur de Bruet, Monsieur Ettum Sutte.
Ostaggi; Monsieur de Musnay, Monsieur de Dummoble.
I nomi italiani mandati al La Motte furono:
Combattenti: 1. Ettore Fieramosca, di Capua 2. Giovanni Braccalone, di Roma 3. Giovanni Capoccio, di Roma. 4. Ettore Giovenale, di Roma. 5. Marco Corallaio di Napoli 6. Guglielmo Albamonte, di Palermo 7. Bartolomeo Fanfulla di Parma, 8. Pietro Riezio di Parma 9. Romanello di Forlì 10. Francesco Salamone di Sutera
(Sicilia) 11. Moele di Paliano 12. Mariano d'Abignenti di 13. Lodovico d'Abenavoli di Capua.
Giudici: Messer Francesco Zurlo: Messer Diego de Vela, Messer Francesco Spinola, Messer Alonzo Lopez.

(1) Le ore 18 italiane corrispondono, in Febbraio, alle ore 11,12 a.m. circa.

 

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