narrazione storica della disfida di barletta

Storia di Paliano > Disfida di Barletta > Narrazione Storica...

pag 7 di 11

Alla lettura del Vangelo Ettore Fieramosca giurò e fece giurare dagli altri dodici compagni "di volere prima abbandonare la vita che uscire dal campo per loro volontà non altrimenti che vincitori, eleggersi piuttosto la morte che rendersi mai per vinti di propria bocca, vedendo chiunque dei compagni abbisognare di aiuto operarsi immediatamente verso di lui ciò che si sarebbe desiderato per se stesso, ricuperarsi a vicenda ed a costo anche del proprio sangue, stare a un volere e a un eseguire per quanto la buona sorte e la forza di ciascuno bastasse".
Dopo il divino ufficio si passò agli alloggiamenti dei Colonna ed ivi confortati di alcunché di cibo, tutti allegri ed animosi attesero l'ora per recarsi al campo. Ma per accedere colà era d'uopo che venisse loro trasmesso un salvacondotto, senza del quale era imprudenza procedere oltre.
Frattanto trascorsa l'ora stabilita, il salvacondotto promesso dal La Motte con sue lettere del 5 e 6 febbraio, non veniva, e gl'Italiani non volendo pregiudicare la loro integrità di leali e onorati cavalieri, essendo loro indispensabile attenersi scrupolosamente alle inalterabili costumanze richieste dalla più stretta osservanza delle leggi cavalleresche, si presentarono al pubblico notaio di Andria, Antonio de Musco, innanzi a cui si protestarono che essi erano già pronti all'appuntamento stabilito, ma che il ritardo loro frapposto non dovevasi attribuire che alla mancanza del salvacondotto.
Però mentre l'atto di protesta veniva rogato in presenza dei testimoni Marcantonio Colonna, Giovanni Caraffa conte di Policastru, Inigo Lopez d'Ayala, Gismondo de Sanguine e Martino Lopez, ecco giungere da parte dei Francesi un araldo che a nome di Monsignor de La Palisse recava agl'Italiani l'assicurazione del campo, per cui liberamente e sicuramente potevano inoltrarsi al luogo del combattimento.
Non si frappose tempo alcuno alla partenza e con l'ordine seguente quei prodi che portavano con loro non solo il proprio onore, ma quello dell'Italia, tutti baldi e fidenti nella causa che andavano a combattere, s'incamminarono al campo della disfida.
Prima venivano i tredici cavalli dei combattenti portati a mano da altrettanti capitani di fanteria uno dopo l'altro e a debito intervallo, tutti coperti e armati; poi i tredici combattenti a cavallo, armati di tutto punto meno gli elmetti che insieme alle lance venivano portati da 13 gentiluomini, e pervenuti a poca distanza dal campo, s'incontrarono con i quattro giudici italiani i quali loro parteciparono che insieme ai giudici francesi avevano segnato il luogo del torneo della estensione di circa 1,8 di miglio e di avere di nuovo ratificati i patti del combattimento.

DESCRIZIONE DEL CAMPO DEL COMBATTIMENTO
("Ne tu obliato andrai or nei miei carmi
"Appulo campo, ove in egual tenzone
"L'italico valor venne de l'armi
"Col franco orgoglio, e vinse al paragone
G. CHIAIA, Montevergine).

Come innanzi accennammo, il luogo designato per la pugna e scelto ad uguale distanza tra Ruvo e Barletta, era compreso nell'agro tranese e di pertinenza di quel Capitolo Metropolitano. Quel medesimo sito da poco aveva acquistato una certa rinomanza fra gli eserciti belligeranti, per un duello ivi tenuto tra Bajardo, il cavaliere senza macchia e senza paura, ed il capitano spagnuolo
Sotomayor, che vi rimase ucciso.
Non ci è dato precisare se quella località, al tempo della disfida, portasse, come tuttora, il nome, di S. Elia: ma è ammissibile che quel nome gli sia stato dato dopo 1'avvenimento, avendo il Capitolo tranese fatto erigere una chiesetta, dedicandola a quel santo, che servisse a celebrare messe per i coloni dei dintorni, allora numerosissimi.
Certo anticamente quella tenuta era un feudo, parte boschivo ed erboso, parte coltivato; ed era proprietà di un Conte Ugo Maccla, possibilmente tedesco, fedele agli Svevi, ed il quale, prostrata che fu la dinastia degli Hohenstaufen nei campi di Benevento, per non farselo togliere o confiscare dal famelico Angioino, stimò meglio donarlo al Capitolo di Trani: donazione che vien ricordata in una Bolla di Clemente IV del 1267 e, che tuttora inedita, viene conservata in quell'archivio metro politano. (1)
Nel medesimo archivio dev'essere pure conservata una pianta topografica di quella tenuta, fatta rilevare nel 1600 se non andiamo errati, ove in un punto, poco discosto dal centro, vi è segnato il luogo del combattimento.
Quella tenuta doveva essere di una ragguardevole estensione, tanto che ai giorni nostri, con la legge di soppressione, del 1866, sotto la indicazione di tenuta di S. Elia, di ettari 500, pervenne al Governo dall'asse ecclesiastico; e nel 1873 fu venduta in 533 lotti, di cui 521 fruttarono Lire 1.437.757, e gli altri 12 lotti Lire 10.393.
Al presente la storica tenuta, posseduta da varii proprietarii di Corato, Andria e Trani, è tutta ridotta a vigneti che producono abbondanti ed eccellenti vini da pasto.

(1) BELTRANI G. B. - Documenti Greci e Longobardi.

 

< | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | >


Home | La redazione | Perché PortafurbA | Laugi Art | Box dei servizi | Links | Storia di Paliano | Album di famiglia | Farzocchie palianesi | Le ricette Appuntamenti | Associazioni | I leccapotti | Vox populi | e-mail