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narrazione storica della disfida di barletta |
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Alla lettura del Vangelo Ettore Fieramosca giurò e fece
giurare dagli altri dodici compagni "di volere prima abbandonare
la vita che uscire dal campo per loro volontà non altrimenti
che vincitori, eleggersi piuttosto la morte che rendersi mai per
vinti di propria bocca, vedendo chiunque dei compagni abbisognare
di aiuto operarsi immediatamente verso di lui ciò che si
sarebbe desiderato per se stesso, ricuperarsi a vicenda ed a costo
anche del proprio sangue, stare a un volere e a un eseguire per
quanto la buona sorte e la forza di ciascuno bastasse".
Dopo il divino ufficio si passò agli alloggiamenti dei
Colonna ed ivi confortati di alcunché di cibo, tutti allegri
ed animosi attesero l'ora per recarsi al campo. Ma per accedere
colà era d'uopo che venisse loro trasmesso un salvacondotto,
senza del quale era imprudenza procedere oltre.
Frattanto trascorsa l'ora stabilita, il salvacondotto promesso
dal La Motte con sue lettere del 5 e 6 febbraio, non veniva, e
gl'Italiani non volendo pregiudicare la loro integrità
di leali e onorati cavalieri, essendo loro indispensabile attenersi
scrupolosamente alle inalterabili costumanze richieste dalla più
stretta osservanza delle leggi cavalleresche, si presentarono
al pubblico notaio di Andria, Antonio de Musco, innanzi a cui
si protestarono che essi erano già pronti all'appuntamento
stabilito, ma che il ritardo loro frapposto non dovevasi attribuire
che alla mancanza del salvacondotto.
Però mentre l'atto di protesta veniva rogato in presenza
dei testimoni Marcantonio Colonna, Giovanni Caraffa conte di Policastru,
Inigo Lopez d'Ayala, Gismondo de Sanguine e Martino Lopez, ecco
giungere da parte dei Francesi un araldo che a nome di Monsignor
de La Palisse recava agl'Italiani l'assicurazione del campo, per
cui liberamente e sicuramente potevano inoltrarsi al luogo del
combattimento.
Non si frappose tempo alcuno alla partenza e con l'ordine seguente
quei prodi che portavano con loro non solo il proprio onore, ma
quello dell'Italia, tutti baldi e fidenti nella causa che andavano
a combattere, s'incamminarono al campo della disfida.
Prima venivano i tredici cavalli dei combattenti portati a mano
da altrettanti capitani di fanteria uno dopo l'altro e a debito
intervallo, tutti coperti e armati; poi i tredici combattenti
a cavallo, armati di tutto punto meno gli elmetti che insieme
alle lance venivano portati da 13 gentiluomini, e pervenuti a
poca distanza dal campo, s'incontrarono con i quattro giudici
italiani i quali loro parteciparono che insieme ai giudici francesi
avevano segnato il luogo del torneo della estensione di circa
1,8 di miglio e di avere di nuovo ratificati i patti del combattimento.
DESCRIZIONE DEL CAMPO DEL COMBATTIMENTO
("Ne tu obliato andrai or nei miei carmi
"Appulo campo, ove in egual tenzone
"L'italico valor venne de l'armi
"Col franco orgoglio, e vinse al paragone
G. CHIAIA, Montevergine).
Come innanzi accennammo, il luogo designato per la pugna e scelto
ad uguale distanza tra Ruvo e Barletta, era compreso nell'agro
tranese e di pertinenza di quel Capitolo Metropolitano. Quel medesimo
sito da poco aveva acquistato una certa rinomanza fra gli eserciti
belligeranti, per un duello ivi tenuto tra Bajardo, il cavaliere
senza macchia e senza paura, ed il capitano spagnuolo
Sotomayor, che vi rimase ucciso.
Non ci è dato precisare se quella località, al tempo
della disfida, portasse, come tuttora, il nome, di S. Elia: ma
è ammissibile che quel nome gli sia stato dato dopo 1'avvenimento,
avendo il Capitolo tranese fatto erigere una chiesetta, dedicandola
a quel santo, che servisse a celebrare messe per i coloni dei
dintorni, allora numerosissimi.
Certo anticamente quella tenuta era un feudo, parte boschivo ed
erboso, parte coltivato; ed era proprietà di un Conte Ugo
Maccla, possibilmente tedesco, fedele agli Svevi, ed il quale,
prostrata che fu la dinastia degli Hohenstaufen nei campi di Benevento,
per non farselo togliere o confiscare dal famelico Angioino, stimò
meglio donarlo al Capitolo di Trani: donazione che vien ricordata
in una Bolla di Clemente IV del 1267 e, che tuttora inedita, viene
conservata in quell'archivio metro politano. (1)
Nel medesimo archivio dev'essere pure conservata una pianta topografica
di quella tenuta, fatta rilevare nel 1600 se non andiamo errati,
ove in un punto, poco discosto dal centro, vi è segnato
il luogo del combattimento.
Quella tenuta doveva essere di una ragguardevole estensione, tanto
che ai giorni nostri, con la legge di soppressione, del 1866,
sotto la indicazione di tenuta di S. Elia, di ettari 500, pervenne
al Governo dall'asse ecclesiastico; e nel 1873 fu venduta in 533
lotti, di cui 521 fruttarono Lire 1.437.757, e gli altri 12 lotti
Lire 10.393.
Al presente la storica tenuta, posseduta da varii proprietarii
di Corato, Andria e Trani, è tutta ridotta a vigneti che
producono abbondanti ed eccellenti vini da pasto.
(1) BELTRANI G. B. - Documenti Greci e Longobardi.
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